
Se vado in un museo archeologico forse ho più difficoltà a empatizzare con le opere esposte, testimonianze di un passato troppo remoto per riguardarmi.
invece l’immagine in questione, raro esempio di pittura del V secolo, dipinta all’interno di una copertura di un sarcofago, trovo che sia per bellezza e attualità fulminante.
Per tema e stile.
Pochi colori, poche le linee eppure una densità stordente.
L’arte classica lo sapeva che l’essenziale è necessario per narrare una storia, aveva già raggiunto quell’astrazione che abbiamo ritrovato dopo secoli nell’arte contemporanea, nelle tele così vuote che ci indignano per quella semplicità.
Io in questa figurina di secoli fa, vedo ognuno di noi sempre, vedo l’uomo di ieri, di oggi.
Un’icona della speranza che l’uomo ancestralmente custodisce guardando alla morte.
È il tuffo ignoto in una vicenda della vita incerta,o in un amore sbagliato e non ricambiato, o ancora nella ricerca vacillante dell’avvenire felice.
Tutti tuffi connaturati all’uomo.
Da sempre.
Per sempre.
Il modo straordinario dell’arte di parlare nel tempo,universalmente.
Un’opera disarmante per la sua arcaica semplicità, eterno nella sua squisita umanità.
Umano e imperfetto, mortale e fragile quel corpo che si tuffa verso l’ignoto giardino di bellezza,nel silenzio della morte che urla nelle linee delle cose.
Maria Laura Trevisi