Francesco Ubertini, detto il Bachiacca, è un artista fiorentino, attivo in Italia, eppure permeato da un certo gusto nordico, che tradisce l’influenza di maestri come Durer e che traspare nelle sue opere conferendo a queste un tono singolare.

Singolare è senz’altro la “Deposizione dalla Croce”, dalle tinte fosche e mortuarie e da movimenti artificiosi e spezzati.

Il cielo plumbeo sigla le morti appena consumate, testimoniate dai corpi molli di Cristo e del ladrone che vengono portati via, verso un mesto paesaggio che si apre sul fondo con figurine trattate con una precisione lenticolare e di gusto squisitamente fiammingo.

Le figure intorno le croci si dispiegano in una muta scena di compianto; alcune compiono gesti di dolore intimi e riservati, altre si lasciano andare a una più dolente esternazione, come la donna che costituisce il nucleo del gruppo di sinistra, che si abbandona in grembo alle altre due, sfinita da un lungo pianto. 

I personaggi addetti a calare il tenue corpo di Cristo, sono quattro, forse più numerosi di quelli che basterebbero per la povera salma; questi compiono gesti complicati, che tradiscono una grande fatica e forse una difficoltà e si dipanano intorno il Cristo come a formare un decoro complesso, completato dall’intreccio delle ripide scale. 

Impossibile non notare l’ovvio parallelo con la “Deposizione” del contemporaneo Rosso Fiorentino, il quale condivide lo stesso panorama artistico e culturale del Bachiacca e nella cui opera si respira lo stesso clima di incapacità e impotenza nel trascinare a terra il corpo.

Il caotico intreccio di corpi che si ritrova anche nell’opera del Bachiacca è sintomo della stessa umanità schiacciata, che dopo la morte di Cristo è incapace di individuare certezze.

 Entrambe le composizioni sono caratterizzate da un vento che sferza e aumenta nella parte superiore della scena, congelando le vesti in pose sospese e condannando i personaggi, arrampicati sulle malferme scale a una sorte incerta e inquietante.

Infine si scorge immediatamente, al centro di tutta l’opera, una testa, che ho riferito a un primo sguardo superficiale, erroneamente, al corpo di Cristo, anche se mi appariva effettivamente slegata e come abbandonata in una posa innaturale rispetto al corpo del Redentore; solo con un occhio più attento ho compreso fosse invece, giustamente parte del personaggio che si è caricato il peso di Cristo in braccio e sta scendendo lungo le scale, e che logicamente volge lo sguardo verso in basso, per controllare i suoi passi. 

Ma i due corpi sono così saldamente avviluppati e sovrapposti, che mi piace mantenere quest’ambiguità bicefala; anche perché nella lettura errata, quella testa di Cristo, così artificiosamente roteata, mi aveva suggestionato e portato alla mente un terzo parallelismo: “Il cristo che porta la croce” dell’incisione di Martin Schongauer.

L’incisione dell’orafo di Colmar, cronologicamente precedente, è plausibile che fosse conosciuta dal Bachiacca, considerando che era influenzato dai maestri nordici e conosceva l’arte di Durer.

Il Cristo di Schongauer è raffigurato secondo l’iconografia del cristo sofferente (Christus patiens), non appare eretto, non è trionfante, è solo un uomo che cade sotto il peso di una croce molto grande; intorno le figure che lo circondano si dispongono in una folla minacciosa, sono grottesche, e hanno fattezze stravolte e caricate di odio; abbigliati spesso alla maniera orientale, perché turbanti e simili servivano per indicare immediatamente una dimensione pagana. Il paesaggio che costituisce lo sfondo è caratterizzato dai tipici profili di città nordiche, riportate con minuzia di particolari. 

Fino a questo punto non vi è niente di eccezionale, se non fosse per un particolare che costituisce, per dirlo alla maniera di Roland Barthes, il punctum della turbinosa composizione; la testa di Cristo è completamente e innaturalmente roteata verso l’osservatore, da apparire così spietatamente frontale e inesorabile.

La stessa testa che mi era parso di scorgere nella Deposizione del Bachiacca. La rotazione estrapola la figura dalla scena, e nella ieratica frontalità, la innalza a icona.

L’unico volto da ricercare in mezzo al tumulto degli uomini.

Maria laura Trevisi

Leggiamo i simboli.

  • Oggi ho passato tutto il giorno in mezzo scartoffie medievali e in particolare mi è ricapitata tra le mani questa meravigliosa crocifissione del IX secolo.
  • È parte delle pitture della cripta del monastero di San Vincenzo al Volturno.
  • L’ arte medievale è uno scrigno meraviglioso di simboli e di colori, di figure arcaiche, diavoli variopinti e santi con le aureole.
  • Siamo abituati poco ad osservarla attentamente e si studia quasi sempre in modo un po’ meccanico e scolastico.
  • Per questo ho preso in considerazione questa immagine: perché ci sono tanti particolari curiosi, che possono stuzzicare anche l’occhio meno interessato.
  • Al centro campeggia un Cristo crocifisso, ai lati il sole si eclissa e così compare la Luna, come riporta Marco nel Vangelo : “venuta l’ora sesta si fece buio su tutta la terra fino l’ora nona”
  • Al lato San Giovanni che si porta la mano al volto in segno di disperazione e la Vergine tutta coperta da un manto purpureo porge le mani velate al figlio.
  • Le mani velate presso la corte bizantina erano simbolo di riverenza verso il sovrano, la Vergine con questo gesto riconosce la regalità di Cristo.
  • Infine una figura inginocchiata in preghiera; si tratta di un personaggio tonsurato, da questo capiamo che è un monaco, la testa è racchiusa in un nimbo rettangolare. Quando vediamo questo elemento vuol dire che il personaggio rappresentato era vivo nel momento in cui è stata eseguita l’ opera.
  • Un’iscrizione ci dice che il personaggio è Epifanio, abate di San Vincenzo al Volturno fra L’ 824 e l’842, in questo modo potremmo datare in modo sicuro la pittura.
  • Maria laura Trevisi
  • Eden

    Giulia Piscitelli “Eden”                       Affreschi Ninfeo Villa Livia. Durante una visita al Pio monte della Misericordia a Napoli, mi sono imbattuta in un’altra opera di arte contemporanea che mi ha molto colpito; si tratta dell’ opera di Giulia Piscitelli: “Eden”. È da questo volevo raccontare di un’ altra capacità dell’arte contemporanea, la capacità di sconcertarci.

    È un fatto già abbastanza vecchio ( l’arte del Novecento lo insegna bene) si diverte a provocare spaesamento collocando oggetti lontano dai loro contesti  quotidiani, stravolgendo i rapporti, trascurando ciò che è conveniente.

    Ed effettivamente spaesamento e ribrezzo ho provato quando ho trovato davanti a me l’opera “Eden” dell’artista Giulia Piscitelli, due materassi ingialliti, legati e piegati, con motivi a fiorellini cerulei scoloriti,pietosi e lerci.

    Due materassi da trovare vicino un cassonetto, due materassi da marcire in discarica, due materassi a un passo dalle opere di Mattia Preti, due materassi a pochi metri da un Caravaggio!

    Due materassi e un cartellino esplicativo: Eden.

    Dopo il ribrezzo iniziale, la spinta a scorrere lo sguardo sul tessuto rinseccolito, e vedere in quei fiori azzurrini, molto al di la dell’oggetto squallido e dimenticato, rivivere di seconda vita in quella folta verzura, una stasi di paradiso, accogliermi tutta intorno la calma dei ninfei, nel giallino la naturale corruzione di una parete affrescata  in prossimità di un giardino,  e raccolte in quel tessuto consunto tutti i giardini dell’Eden di sempre, tutti gli sfondi di ogni Eva languida che ha vissuto in ogni epoca della storia dell’arte.

    L’arte contemporanea apre un discorso che non ha confini, ci fa riprendere in mano i libri di storia dell’arte e rinnovare lo sguardo, rinnovare le cose, dando chance di Nuova Vita.

    Maria Laura Trevisi

    Sangue e bellezza. Jan Fabre a Capodimonte.

    Stasera vi racconto l’esperienza di martedì a Capodimonte, dove sono andata in occasione dell’inaugurazione della mostra dell’artista belga Jan Fabre….

    Vi consiglio prima di tutto di visitarla, e di andare a cuore libero, pronti ad accogliere uno spettacolo prepotente.

    Io sono andata senza conoscere affatto l’artista, e sono queste le situazioni che amo di più, conoscere l’operato dell’artista direttamente, sulla pelle, senza commenti ulteriori, senza intermediari, senza un libro.

    Poi avviene la riflessione, lo studio.. ma prima, l’impatto sul cuore, diretto, negativo o positivo, come un incontro.

    Spendo due parole per dirvi che Jan Fabre è un artista contemporaneo poliedrico, che indaga con le sue opere l’uomo, l’animale, la religione, lo spirito, la carne e usa spesso il sangue nelle sue composizioni .

    L’impatto iniziale è stato silenzioso, stavo in silenzio con me stessa per cercare di sentire.

    L’aiuto è venuto dall’allestimento eccellente della mostra, che parla da se, che comunica tutto e che soprattutto in modo eccezionale accende il dialogo tra Fabre e altri artisti belgi del passato.

    Opere poco conosciute che in questo incontro si riaccendono, si completano, dialogano e l’opera violenta di Fabre ne risulta arricchita.

    In questa mostra c’è lo spirito, la religione, Napoli fortissimamente con il suo devozionismo ostentato, una religiosità sempre vissuta,in tutti i secoli, con una carnalità che si concretizza nel miracolo del sangue di San Gennaro, che due volte l’anno “salva” la città.

    Vi è religione, superstizione, bellezza e peccato.

    Tutto insieme.

    Ed è forte.

    E sono stata investita da questi sentimenti, entrata nella stanza centrale, dove campeggiano croci in corallo, con piccole corna robuste sui lati, teste di demoni, teschi di uomini.

    Alle pareti un’eccezionale serie di Jacques de Backer, artista belga del 500, raffigurante i vizi, con i loro corpi tremendi e distorti dalle loro bruttezze.

    La voluttà scende come una cortina pesante su tutte le cose.

    La religione popolare, si tinge del sangue di sacrifici primigeni, i pensieri dell’artista si dispiegano in tutto lo spazio, in lettere composte e insanguinate.

    Jan Fabre è un viaggio nel nostro io animale, è violenza e fastidio è bene e male, sempre insieme, indivisibili.

    Maria laura Trevisi

    Intermezzo.

    Oggi ho fatto una passeggiata nel sempre più vivo museo di Capodimonte,dove è in corso una mostra che ha dato spazio a tante opere che si trovavano nei depositi del museo.

    Tante storie non raccontate sono venute alla luce.

    In particolare mi ha commosso questa scultura raffigurante una tenera e giovane monaca, il suo volto morbido che si volge languente verso un’immaginaria finestra (?), una via d’uscita, una fuga sognata,la posa abbandonata,malinconica, mi invitava a riposare vicino a lei, ad abbandonarmi anche io in un pensiero tiepido.

    Così giovane e dimenticata. Bella e morbida. Nel gesto di cingersi debolmente con le tenere braccia.

    Confronti.

    La visita alla quadreria del Pio Monte della Misericordia è stata un’esperienza viva e stimolante e non solo per i capolavori secolari, che vivono nella loro coltre di indiscussa  bellezza, ma per alcune opere di arte contemporanea che sono ospitate nelle sale del museo.

     Sono sempre profondamente felice quando vedo le opere contemporanee di artisti nuovi in contesti  così connotati e inviolabili, queste collocazioni infatti  danno sempre frutto a felici innesti.                                          

    Molto spesso il pregiudizio legato all’arte contemporanea, è “lo posso fare anche io, anzi lo faccio meglio”.
    Abbiamo l’abitudine di pensare che l’opera d’arte debba essere una pièce di abilità e virtuosismo pittorico scuoltoreo o che debba somigliare al vero, ma l’arte contemporanea proprio non è così, e già per questo ci sta antipatica e poi abbiamo la convinzione che per capirla bisogna avere chissà quale informazione o chiave segreta.
    Per questo l’arte contemporanea è spesso guardata con rabbia: “sono quattro stracci e sono pure per pochi”.
    Invece è molto più di quello che crediamo, è un invito a partecipare, a rompere la sacralità dei musei, quel distacco che al contrario è imposto volente o nolente dalla soggezione inevitabile dell’arte, se vogliamo,”tradizionale”.
    A mio parere invece, l’arte contemporanea è molto più umana, molto più a misura, con riferimenti infiniti e figlia e nipote di tutto il malloppo immenso e grandioso della storia dell’arte di sempre.
    È di tutti, è per tutti, basta avere un cuore sensibile e ricettivo, basta lasciarsi andare.
    Quest’opera in particolare mi ha colpito, degna di vivere in un contesto così consacrato quale è il Pio Monte della Misericordia.
    E non ho paura di affiancarla a questa Deposizione di cui ho parlato settimana scorsa.
    Vi sembra forse un dramma diverso?
    Un’opera di religiosità immensa, che ha la stessa forza cruenta di una flagellazione, una crocifissione tradizionale, una salita al calvario, solo che non è didascalica e questo non lo accettiamo o ci disturba.
    Ma è solo pregiudizio, per questo non riusciamo a “vedere”.
    Qua c’è l’uomo, c’è Cristo, la Maddalena, i centurioni, c’è il sangue degli innocenti di ogni tempo, degli eccidi, delle morti ingiuste, ci sono i titoli di giornale dei nostri giorni, le stragi inspiegabili, ci sono le guerre, e i sacrifici dell’UOMO.
    L’abbraccio verso tutto questo è universale e riguarda NOI.
    Profondamente umano.
    Profondamente Eterno.

    Una deposizione.

    Questo quadro mi piace moltissimo.Il soggetto è un classico nella storia dell’arte: il momento in cui Gesù viene staccato dalla croce e preparato per il sepolcro.

    Il corpo martoriato è circondato dagli amici, dai cari, dalla madre ed è un momento carico di pathos.

    Questa è la deposizione di Rosso Fiorentino, un artista del 500, che possiamo considerare il pioniere del manierismo,nelle sue opere c’è il rifiuto del classico e una ribellione evidente.

    In quest’ opera ad esempio la disposizione delle figure è originale e trovo che sia insolita anche la gamma di colori, lividi,infernali.

    Il cielo cupo sembra un fondale da palcoscenico, piatto, ripetitivo e fa risaltare i movimenti meccanici delle figure,il corpo di Cristo ha un colore malato,insano.

    C’è molta umanità, forse è questa la nota che trovo più interessante, e c’è tutta una precarietà che tuttavia regge la scena, regge le figure, ci sono scale vuote che innalzano verso un Dio che non c’è più, c’è uno scivolamento verso il basso della scena, il pesante peso del corpo, difficoltà nelle azioni, c’è insomma una laboriosità complicata.

    L’ umanità rappresentata da Rosso Fiorentino è un’ umanità “che non sta in piedi”, mi viene da pensare incredibilmente attuale, infine il tutto è mosso da un vento spaventoso.

    La composizione è immensa è terribile.

    L’opera è come un libro..

    L’opera è come un libro proviamo a leggere insieme.

    Iniziamo dal titolo.

    Venere e Marte.

    Venere e Marte di Botticelli.

    Probabilmente un’opera fatta in occasione di un matrimonio nella famiglia Vespucci.

    Se guardate bene in alto a sinistra ci sono delle piccole vespe, che richiamerebbero proprio a questa famiglia, Vespucci appunto.

    E come sempre ecco l’arte classica:ho accostato l’opera di Botticelli a questo sarcofago etrusco contenente due coniugi, ebbene guardate le pose degli sposi, equilibrate,recumbenti, non sono così simili ai nostri Venere e Marte?

    Non possiamo sbagliarci, qua si parla di matrimonio, sposi, vita coniugale,amore.

    E come sempre l’arte usa il linguaggio del passato.

    Le immagini sono sempre tutte collegate nel loro tempo magico,circolare.

    Alla posa statica ed equilibrata delle figure principali, si contrappone L’ insolenza beffarda dei putti,elemento immancabile in un’opera con una connotazione amorosa.

    A confermare la destinazione matrimoniale della scena c’è Venere, pacifica e distaccata,dea della bellezza e dell’amore appunto.

    Marte invece è dio della guerra, ma giace addormentato e tutte le sue temibili armi, la sua spaventosa armatura giacciono scomposte e sono preda di giochi vivaci da parte dei putti impertinenti.

    In molte stampe quattrocentesche L’armatura scomposta rimanda alla vacuità del potere, l’amore invece vince, l’amore vince su tutto si dice, trionfa nella posa composta di Venere e rende inoffensivo Marte addormentato, soggiogato dall’amore, che dorme teneramente,tanto che un putto più dispettoso degli altri si avventura a soffiargli con un corno nell’orecchio.

    Maria laura Trevisi

    Disorientati.

    Disorientato.

    Sta così l’osservatore davanti l’opera di Anish Kapoor “Dark brother” Al Museo Madre di Napoli.

    Cosa sto guardando?

    Un buco sul pavimento?

    Un tappeto rettangolare?

    E se è una cavità quanto è profonda?

    Squarcia il bianco del pavimento con un violento contrasto cromatico.

    È calda? È fredda? Sembra un ventre materno. O forse è un passaggio per scendere nel buio.

    Che paura laggiù!….

    Ma Insomma!

    È un tappeto o un buco?

    Tirerò una monetina come si fa con la fontana di Trevi perché il dubbio mi sta stuzzicando.

    E puff. Ecco il piccolo tonfo metallico della monetina sul fondo, come in un pozzo secco.

    Cavolo,allora veramente era un buco profondo!

    Come possiamo dire che l’arte contemporanea è banale?

    Si lo potevi fare anche tu, ma ci hai pensato?

    E quanto apre la tua mente questo piccolo indovinello, questa piccola ambiguità ?

    Che ti fa frugare nel portafogli, che ti disturba perché non ci piace non avere chiaro tutto e subito.

    L’arte contemporanea è semplice,ma ha l’essenziale.

    Ti include dentro, ti provoca interrogativi, ti scuote e disorienta dall’equilibro rassicurante che ti sei costruito.

    Conoscerla ti affascinerà.

    Consiglio di vedere l’opera dal vivo perché offre un esperienza sensoriale affascinante.

    Maria laura Trevisi

    COSA ABBIAMO IN COMUNE NOI CON UNA PITTURA TOMBALE DEL V SECOLO?

    Se vado in un museo archeologico forse ho più difficoltà a empatizzare con le opere esposte, testimonianze di un passato troppo remoto per riguardarmi.

    invece l’immagine in questione, raro esempio di pittura del V secolo, dipinta all’interno di una copertura di un sarcofago, trovo che sia per bellezza e attualità fulminante.

    Per tema e stile.

    Pochi colori, poche le linee eppure una densità stordente.

    L’arte classica lo sapeva che l’essenziale è necessario per narrare una storia, aveva già raggiunto quell’astrazione che abbiamo ritrovato dopo secoli nell’arte contemporanea, nelle tele così vuote che ci indignano per quella semplicità.

    Io in questa figurina di secoli fa, vedo ognuno di noi sempre, vedo l’uomo di ieri, di oggi.
    Un’icona della speranza che l’uomo ancestralmente custodisce guardando alla morte.

    È il tuffo ignoto in una vicenda della vita incerta,o in un amore sbagliato e non ricambiato, o ancora nella ricerca vacillante dell’avvenire felice.
    Tutti tuffi connaturati all’uomo.
    Da sempre.
    Per sempre.
    Il modo straordinario dell’arte di parlare nel tempo,universalmente.
    Un’opera disarmante per la sua arcaica semplicità, eterno nella sua squisita umanità.
    Umano e imperfetto, mortale e fragile quel corpo che si tuffa verso l’ignoto giardino di bellezza,nel silenzio della morte che urla nelle linee delle cose.

    Maria Laura Trevisi

    In evidenza

    Iniziamo da qui..

    DISIMPARARE.

    Iniziamo dall’inizio.

    Non si può parlare d’arte senza tenere fermo e saldo nella nostra mente l’Antico.

    Non c’è arte che possa essere compresa senza guardare alle radici perfette.

    L’arte contemporanea più estrema ad esempio, quella che fa indignare per la sua estenuante semplicità e fa pronunciare la fatidica frase “lo potevo fare anche io, anzi lo facevo meglio”, ebbene quell’arte contemporanea li è infarcita di arte classica.

    Ve ne siete mai accorti?

    Ah, per inciso con arte classica o con il termine “antico” mi riferisco al mondo Greco ovviamente.

    L’arte è prodotto dell’uomo, parla dell’uomo, delle passioni, delle paure, delle fragilità, delle angosce .

    Nei secoli a cambiare è stato lo scenario, i nostri vestiti, la lingua si è modificata, il gusto, ma l’UOMO ha amato, sofferto, gioito, temuto la morte, conosciuto il fervore delle idee,fallito, ha tradito o è stato tradito, ha creduto, ha glorificato Dio, ha temuto la morte, tutto sempre allo stesso modo.

    Ecco perchè inizio così.

    Voglio parlare di questa universalità e del legame infinito tra tutte le opere.Categorizziamo in correnti, in periodi, in scuole e senza dubbio questo ci aiuta ad avere le idee più chiare, ma NO, non esiste nessuna periodizzazione che regga al legame che si stabilisce tra le immagini.

    Le immagini prodotte dall’uomo, siano esse sculture, fotografie, pitture ecc. vivono in un tempo magico,circolare.

    Smettiamo di collocare il tempo dell’arte in quello della storia, quello della periodizzazione lineare del prima e del dopo, quello che ci hanno insegnato a scuola;studiare leggere, occuparsi di arte, implica DISIMPARARE gli schemi dati e non accettare le cose “perchè cosi è e si deve fare”, solo in questo modo, con amore e pazienza VEDRAI.

    Tomba_Tuffatore Parco archeologico Paestum V sec.

    Maria laura Trevisi